La barzelletta della valigetta gialla: chilometri di fuga per un finale che ti farà scoppiare a ridere (o a piangere)

Ridere fa bene, questo lo sappiamo. Ma perché ridiamo? Gli studiosi di gelotologia (sì, esiste davvero una scienza che studia la risata) hanno identificato tre principali teorie: la teoria della superiorità, quella dell’incongruenza e quella del sollievo. In parole povere, ridiamo quando qualcosa sfida le nostre aspettative, quando ci sentiamo superiori a una situazione assurda o quando scarichiamo tensione accumulata. E gli animali? Anche i ratti, i cani e i primati emettono segnali simili alla risata durante il gioco. I ratti, in particolare, producono ultrasuoni a 50 kHz che i ricercatori associano a un vero e proprio stato di allegria. Persino la natura, quindi, ha un senso dell’umorismo.

Nell’antica Roma, l’ironia era un’arma sociale affilata quanto una spada: ci si faceva beffe dei politici corrotti, degli arricchiti di bassa estrazione e dei cornuti (argomento sempreverde, a quanto pare). Marziale e Giovenale ne sapevano qualcosa. Nel tempo, l’umorismo si è evoluto, raffinato, talvolta censurato. Oggi esiste anche una categoria tutta sua: la barzelletta che non fa ridere. E paradossalmente, è proprio questa la più sofisticata.

La barzelletta della valigetta gialla

C’è un uomo che un bel giorno decide di comprare una valigetta 24 ore e per questo si reca al negozio sotto casa sua. Guarda i vari modelli ma nessuno lo convince, così il venditore, accortosi del malcontento, lo conduce dietro al bancone e gli mostra una valigetta speciale: una valigetta gialla. L’uomo rimane incuriosito e, senza capire bene perché sia così particolare, la compra ed esce dal negozio.

Passeggia per la città con il suo nuovo acquisto, orgoglioso, ed entra in una macelleria per fare la spesa. Ma appena varca la soglia riceve un’accoglienza del tutto imprevista:

“Ma lei è l’uomo della valigetta gialla?!”

Prima che riesca ad aprire bocca, un coltellaccio lo sfiora. L’uomo comincia a scappare. Tutta la macelleria lo insegue. Si rifugia in un negozio di giocattoli, ma viene bloccato sull’entrata:

“Ma cosa porta in quella valigetta? Ma… ma… quella è la valigetta gialla?!”

Nuovamente aggredito, riprende a correre con tutto il personale del negozio — più quello della macelleria — alle calcagna. Sfiancato da chilometri di fuga, ruba un motorino, un Ciao, per essere precisi. Sale in sella e parte come un fulmine: 10, 20, 30, 40 km e buum, si schianta contro un cartello pubblicitario. Si rialza con qualche ammaccatura e la valigetta intatta, riprende a correre ma viene bloccato da un gruppo di scolaretti che riconoscono la valigetta e si uniscono all’inseguimento.

“Ma cos’ha questa valigetta?” si chiede il nostro eroe.

Si ferma, mani tremanti, e comincia ad aprirla… ma mentre lo fa un venditore ambulante lo vede e richiama la folla. Riprende a correre, ruba una bicicletta, 10, 20, 30 km e viene investito da un tram. Non è morto: si rialza e ci sale sopra. Scelta sbagliata anche questa: il tram si svuota di corsa per inseguirlo.

Stravolto, maledice quell’acquisto. Cosa può contenere di così ricercato? Da lontano intravede delle scale — sono a 500 metri — e le punta come unica speranza. Con il cuore in mano e la valigetta nell’altra si avvicina, ma proprio sul più bello viene accerchiato. È nel panico totale. Con uno sforzo sovrumano sfonda il muro di persone, raggiunge le scale e:

Sale, sale, sale, sale… e pepe.

È una barzelletta che non fa ridere. Ma a molte persone questo tipo di umorismo piace, e quindi ridono lo stesso.

Perché questa barzelletta funziona (o non funziona, a seconda dei gusti)

Questa barzelletta appartiene al filone dell’umorismo assurdo e anticlimático: costruisce per minuti una tensione narrativa sempre più alta, promettendo una rivelazione, e poi la smonta con un gioco di parole infantile (“sale… e pepe”). Il meccanismo è quello dell’incongruenza portata all’estremo: più alta è l’aspettativa, più clamoroso è il crollo. Chi ride, ride proprio di questo. Chi non ride, probabilmente stava davvero aspettando di scoprire cosa c’era nella valigetta.

  • Tensione narrativa crescente: l’inseguimento si arricchisce di personaggi e situazioni sempre più assurde
  • Finale anticlimático: il gioco di parole “sale e pepe” è volutamente deludente
  • Meta-umorismo: la barzelletta si autodefinisce “una barzelletta che non fa ridere”, rompendo la quarta parete

In fondo, il vero colpo di scena è che il colpo di scena non esiste. E questo, per chi ha il gene dell’umorismo assurdo, è già abbastanza.

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